Nuove misure e vecchi errori da evitare

Lavoro e Giovani…Quale Futuro??
In questo articolo è racchiusa un’interessante prospettiva dell’evoluzione della tematica.

 

“Non c’è un solo modo di essere giovani. C’è il giovane-giovane, il giovane imprenditore, il giovane imprenditore del Sud, il giovane nullafacente, il giovane studente all’estero, il giovane agricoltore, il giovane agricoltore del Sud, il giovane europeo e poi l’apprendista, il tirocinante, quello che scommette sulla cultura e, infine, il giovane proprietario di casa e, magari, anche il giovane-genitore. 
Questa tassonomia un po’ nevrotica si ricava se si accostano, una dopo l’altra, tutte le forme di incentivazione-agevolazione oggi esistenti e finalizzate, a vario titolo, ai giovani. Nel complesso, a voler fare una somma un po’grezza, si arriva oltre i 6 miliardi.

Non è poco. Ma evidentemente non è efficace se oggi – a ragione – il Governo annuncia di voler affrontare il tema giovani come vera priorità dell’agenda di politica economica, come suggerisce da tempo anche il mondo delle imprese. C’è un modo per guardare ai giovani senza segmentarli in sezioni, sottosezioni e comparti e quel modo è considerarli per ciò che sono davvero: la parte più pregiata del capitale umano di un Paese, la vera risorsa per scommettere sullo sviluppo futuro, la carta da giocare in questi tempi di sconvolgimenti globali e velocissimi, primo tra tutti la digitalizzazione dell’economia. 
L’Italia ha commesso vari errori sul tema dei giovani, primo tra tutti quello di non aver mai voluto affrontare lo sgretolamento delle classi demografiche che ha portato il Paese ad avere perso in una decina d’anni almeno due generazioni, praticamente non rimpiazzate da nuove nascite.

È un fenomeno che un Paese sempre più gerontocratico ed egoista ha fatto finta di non vedere. E ciò ha avuto notevoli effetti macroeconomici fino a contagiare le più recenti dinamiche sociali, diventate specchio delle divaricazioni politiche di questi anni. 

L’errore non è solo italiano, se la preoccupazione sul futuro delle nuove generazioni è ormai un tema caro anche al presidente della Bce, Mario Draghi, più volte preoccupato che la generazione di europei a più alto tasso di scolarizzazione possa diventare, per la miopia delle scelte macroeconomiche, una «generazione perduta». Qualche giorno fa Draghi, di fronte agli studenti del Trinity College di Dublino, ha parlato dei giovani come «futuro della nostra democrazia» e ha confermato come «in molti Paesi il peso della crisi sia caduto in maniera sproporzionata sulle spalle dei giovani, il che ha lasciato un’eredità di speranze deluse, rabbia e, in definitiva, sfiducia nei valori della nostra società e nell’identità della nostra democrazia». La risposta da trovare, e rapidamente, si chiama lavoro.
L’Italia, tra l’altro, sembra aver accentuato alcune delle miopie continentali. Per esempio quando, per anni, ha fatto finta di non vedere che l’ascensore sociale si stava fermando perché, per lo sparuto drappello dei giovani superstiti, perdeva di efficacia il sistema della formazione. Per questo il “si salvi chi può”, che porta i nostri ragazzi al di fuori dei confini e ormai crea un danno pari a 14 miliardi l’anno, come perdita di Pil. E ciò che resta è un gruppo di persone dove, tra i 24 e i 32 anni di età, uno su quattro ha solo la licenza media.

L’emergenza giovani esiste eccome. Ma per risolverla occorrono poche misure shock e, soprattutto, di facile applicabilità su cui appostare il massimo delle risorse.
Il “catalogo” delle misure esistenti che viene presentato in queste pagine dimostra che finora l’attenzione è stata troppo micronizzata, troppo estemporanea perché legata a provvedimenti non coordinati tra loro, se non addirittura in concorrenza, e con risorse magari significative nel complesso, ma non in grado di dispiegare effetti rilevanti nelle singole applicazioni.

L’impressione che si trae dall’esame di quelle scelte è che il tema dei giovani e, soprattutto, del loro lavoro non sia mai stato “letto” come un’emergenza nazionale vera, ma solo come parziale corollario di politiche più generali. Che naturalmente avevano come punto di origine ben altre categorie di popolazione e ben altri obiettivi macroeconomici o di consenso.

L’idea di affrontare oggi il tema del lavoro dei giovani con un’operazione shock di decontribuzione guarda al problema da un’altra angolatura e sembra porre finalmente la questione giovani come vera priorità. Tutto dipenderà dall’entità degli sgravi e dalla possibilità di rendere strutturali i loro effetti (affrontando così anche l’antica anomalia del cuneo fiscale italiano): se i giovani troveranno lavoro forse potremo lasciare la sconfortante posizione nella classifica europea del tasso di occupazione giovanile. Se poi si riuscirà ad affiancare a questo un sistema efficiente di alternanza scuola-lavoro e di formazione professionalizzante forse il Paese avrà cominciato a cambiare modo di guardare al problema. Anzi, forse, finalmente, avrà cominciato a volerlo affrontare sul serio. Perché, come ha detto sempre Draghi, «i giovani non vogliono vivere con i sussidi. Vogliono lavorare e allargare le proprie opportunità». Saranno fischiate le orecchie a chi i giovani vorrebbe “comprarli” con un salario minimo, magari senza lavoro.”

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Alberto
Orioli

#PolEasy #cittadinanzaattiva #Italia #lavoro #giovani

settembre 28, 2017

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